Fluctuat nec mergitur ovvero barcollo ma non mollo

20 Luglio 2001

Grida: Amore dove sei?

G.: Perugia con gli amici dell’università, festeggiamo l’ultimo esame prima delle vacanze. Hai sentito di Genova?

Grida: Si. Questi figli di puttana ne hanno già ammazzato uno.

G.: Sono affranta da questa cattiveria, ma come é possibile?

Grida: Per fortuna non siamo più andati per il tuo esame, se ti fosse successo qualcosa non so che avrei fatto.

G.: Per fortuna non lo sapremo mai.

 

Cosa c’entra Carlo Giuliani? Nulla. Non staro’ qui a fare voli pindarici per ristabilire un contatto da finestre aperte su wikipedia per convincervi e convincermi che di sicuro c’é un legame sebbene é evidente che ci sia. Ho pensato a Carlo Giuliani perché per mia fortuna é stata la prima volta nella mia vita, nella quale un dolore esterno a me scalfisse la mia anima fino a lasciarci una ferita. Ce ne furono di cose orribili prima ma la mia coscienza di bambina mi permise di ripristinare il sistema senza che l’anima ne fosse intaccata. Carlo Giuliani con la sua morte ha aperto un canale emotivo da me a fuori che non si é malheuresement mai chiuso.

Io non ho insegnamenti da dare a parte le cervellotiche letture quasi ossessive che faccio da sabato mattina ad oggi cercando una via per un nuovo modo di pensare, per una maniera di capire questa mia epoca e non restarmene di lato ad attendere che i bombardamenti siano compiuti, o che il prossimo 28enne armato di kalashnikov mi guardi impaurita cadere sotto i suoi colpi. Di una sola cosa ho la certezza, l’esternazione di una mutua sofferenza tramite forme mediatiche di ogni sorta non basta. Qui mi rifaccio a De André nella canzone ‘Amico Fragile’ e recupero una frase che mi ha sempre lasciato da pensare ‘troppo se mi vuoi bene piangi per essere corrisposto’.

Gli accadimenti di questi anni mi hanno pervasa di un dolore indicibile, mi hanno assottigliato l’anima e reso la vita una dura scelta da prendere quotidianamente. Eppure il mio incommensurabile amore per essa e le sue forme mi ha sempre riportata a carezzare quelle ferite nell’anima. Venerdi’ 13 Novembre 2015 lo strazio e il dramma di una tale irruzione nella ‘vita qualunque di fatti qualunqui’ mi ha definitivamente atterrita e atterrata. Sono 5 giorni che tutto sembra irrimediabilmente cambiato e poi non lo sarà. Le settimane passeranno e questa inquietudine scivolerà coi bicchieri di vino che continueremo a bere nelle terrazze dei bar. Ma questo dolore? Io non sono riuscita a piangere una lacrima tanto é stato violento il bisogno di rassicurarsi.

Camminare alle 23.00 di quel venerdi’ sulle foglie d’autunno della rive gauche, essere connessa col mondo fuori che vuole sapere se respiri e non poter sentire che il mio respiro in effetti é affannato. Calpestare la strada e guardare tutto intorno, ascoltare ogni rumore, seguire le luci della polizia, dei pompieri, delle ambulanze, osservare le camionette militari sfilare nel buio, avere intorno un caos silente e persone, poche, muoversi come dentro ad un corpo che a loro non appartiene più. Non poter sentire il battito del cuore, lo schianto dell’anima all’ascolto della mise à jour dei morti, di ora in ora sempre peggio, non poter sentire alcuna vita scorrermi dentro. Essere pragmatici, calcolatori, quella strada meglio dell’altra, evitare di essere esposti ma non chiudersi nelle strade che non hanno vie d’uscita, scappatoie, immaginare Parigi dall’alto, dove siamo, almeno siamo 5, dove dobbiamo andare, non seguire il percorso veloce, quelli sono i punti caldi, e non avere un minuto per cadere in ginocchio dalla paura, per poi rialzarsi, ma almeno una volta cadere.

Io ora pretendo quel mio minuto di lacrime. Pretendo di non dovermi preoccupare di cosa pensare, dire, agire ma sentire quello schianto di cui sopra e scivolarci dentro per almeno un minuto.

Continuerete a dire cose random ancora per una settimana su questi fatti, cedendo alla rabbia contro il simbolo degli assalitori o contro chi non piange per un cane, o contro chi (non) vuole bombardamenti, immigrati, rifugiati, ma alla fine dei conti questo sentire non vi sarà mancato perché in fondo, siamo onesti, passate accanto al mondo come davanti alla vetrina di una macelleria, ne sentite l’odore ma non riconoscete il pezzo di carne neanche col cartellino.

E permettetemi di piangere per i giovani terroristi che dell’amore  han conosciuto solo una morte piena di follia e rancore, vite corrotte per una gloria evanescente e assassina. Quale abominio!

Ho visto stasera uno spettacolo teatrale che si chiama IRIS, tratto dall’omonimo incompiuto libro scritto tra il 1981 e il 1988. Una frase soprattutto mi ha colpita e diceva più o meno cosi’: Il terrorismo si insinua e trova la sua strada quando i conservatori e i rivoluzionari bloccati nella propria immobilità restano a guardarsi faccia a faccia.

 

 

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E la vita continua anche senza di noi

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Amore mio, se io avessi potuto registrare ogni momento perché il ricordo fosse più vivo io l’avrei fatto. Se avessi saputo che quando un amore non finisce ma scompare quello che manca non é il profondo scambio ma il banale ascoltare la voce, stringere la mano, respirarne l’odore, io avrei approfittato ancor di più di quei momenti. Dopo due anni i se riempiono i vuoti delle ricorrenze mentre in tutti gli altri giorni c’é solo una serie di ma.

Ieri sera non riuscivo a dormire. Non riuscivo ad addormentarmi. Qualche volta l’ansia del dormire é più forte di quella del non riuscirci e nell’evitare la perversione del giochetto mentale ‘voglio dormire’ precipitando inconsapevolmente in un’ansia da prestazione, volgevo i pensieri altrove. In questi momenti il distacco dalla vita é lapalissiano. Ma questo potresti capirlo solo tu, per il resto del mondo che conosco si tratta di elucubrazioni mentali il cui fine é solo una parentesi depressiva in una vita normale da borghese de noartri. In verità quando entro in questo stato di rassegnazione e distacco (che probabilmente i buddisti chiamano nirvana e gli stoici atarassia) il giudizio sociale mi permea fin nelle viscere e subito una manina tesa a far su e giù (retaggio mammesco) mi ricorda che non si fa, non ci si deprime. Non ci si deprime. Che per forza gli stati emotivi devono avere un nome.

Mi autoinducevo alla depressione ieri sera, cercando un pensiero per addormentarmi. David mi dice spesso di pensare alle cose belle per dormire, tipo le vacanze, Zanzibar, il gelato o il mango. Con me questa tecnica non funziona. Io se penso alle cose belle mi eccito e quello che succede al massimo é che mi viene fame o voglia di camminare. Lui dorme. Profondamente e sempre prima di me. Certe volte lo vorrei svegliare per avere l’occasione di addormentarmi prima. Ma che ha la mia testa che non va? Ecco tu questo lo avresti saputo. Insonne del cazzo, come ti firmavi qualche volta nei messaggi notturni quando avevi finito di guardare lo scibile in streaming e tornavi a prender visione a bocconi di vecchi film, consumati dagli occhi, solo per sentirti in un porto sicuro.

Ieri sera non riuscivo proprio a trovare una strada, un film, una serie, un libro, una qualunque cosa avesse potuto darmi quel colpo di grazia. Ho girovagato nelle vite degli altri e alla depressione si é aggiunto il disprezzo. Pensandoci bene il disprezzo e la depressione sono spesso reciprocamente stimolanti. Guardavo queste vite sociali, splendide splendenti, sorridenti, autoscattanti, impegnate lavorativamente e politicamente e artisticamente parlando e mi sono accorta che sempre mi accade senza ragione apparente che il gruppo consolidato, la partecipazione ad un progetto/passione/intento esca radicalmente fuori dal mio interesse fin quasi a portarmi alla coscienziosa ignoranza. E cosi’ alla depressione e al disprezzo s’é aggiunta la sfiducia. O forse era già là, accucciata sotto il masso dell’autocommiserazione.

Ieri sera faticosamente spostavo il mio grasso corpo da un lato all’altro della mia metà di letto sperimentando la posizione che agevolasse il sonno e non la trovavo. Nel silenzio della stanza (sebbene la faina si sia risvegliata dal letargo a causa delle temperature primaverili di Novembre)  e nel vibrare dei miei occhi stanchi ho trovato il mio pensiero. Te. Ho affondato l’orecchio sinistro nel cuscino per ascoltare il dolore dell’assenza, ho fermato l’immagine sul tuo viso e sul promemoria mentale della frase ‘morte di un amore’, ho bloccato in loop il pensiero che é troppo tempo che non ti sogno, e ancor di più quello in cui non ti sento ridacchiare chiamandomi ‘cogliona’. Sono due fragilissimi anni. Oggi sono due indimenticabili anni. E mi sono addormentata.

Andirvieni

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Io non esisto

Era autunno e pioveva, camminavamo veloci, a Prati, io ruttavo parole di frustrazione cercando un’approvazione che non trovavo e che non meritavo. Grida era scuro nel volto e parlava faticosamente di come i figli dovrebbero essere dello Stato perché uomini e donne siano liberi di essere e amare. Io non capii o lo feci male perché mi sembro’ di sentirmi ferita da un tale pensiero.

Oggi sono in Europa. Il Kenya sembra un lontano vissuto, troppo breve per sentirlo, troppo lungo per volerlo. Questi mesi di vecchio continente mi hanno restituito la libertà, le azioni e la condivisione. Questi mesi qui mi hanno anche immessa di nuovo nel caos dei ricchi sempre alla ricerca dell’impossibile e a piangere sul trascurabile.

Allora quel pensiero che mi aveva ferita mi ha attraversato improvvisamente la mente. Se i figli fossero dello Stato. Se lo fossero davvero non ce ne dovremmo preoccupare. Non dovremmo pensare ai loro vestiti, ai loro giochi, alla loro educazione. Ci dovremmo preoccupare solo di amarli e avremmo il tempo di godere di quell’amore. E allora forse non saremmo neanche costretti ad attraversare un mare in una scarpa, aggrappati a un dio cieco per non lasciarci strappare proprio i nostri figli dalle onde del mar di mezzo. Se lo Stato possedesse ogni cosa, perfino la podestà, allora forse non esisterebbe colonizzatore alcuno a cambiare le vite di ognuno. Comunismo a sprazzi. Consumismo ovunque. Soprattutto di vite.

Sono tornata anche in Italia. Che dell’Europa ha solo il miraggio o il rimorso. Roma é ogni volta una profonda delusione. Senza che mi dilunghi sulla famiglia che resta scomposta e bloccata nei meccanismi del piccolo esprimendosi con azioni insensate e da dimenticare. La vita non ha insegnato nulla, ancor meno la morte. Torniamo a Roma.

Piazza Madonna dei Monti : quelli dell’angolo, quei venduti copioni hanno chiuso. Un po’ ti avrebbe fatto sghignazzare come quando nel rispetto massimo del suo atto finale, pensai che quel profittatore di Monicelli si sarebbe finalmente scusato una volta re-incontrato da qualche parte che non so. TraMonti era e sarà sempre una tua invenzione.

Il gelataio non si smentisce mai, il miglior pistacchio di Roma centro; passando davanti alla vineria dove mi portavi a bere un bicchiere di vino ho notato che c’erano solo turisti. Roma cambia. Ai tre scalini c’era posto, per la prima volta ci saremmo potuti sedere. Là dove era parcheggiata la tua moto c’era uno scooter blu. Qualcuno abita in via cimarra, proprio su quel soppalco che avevi fatto tu. Ho fatto l’amore con la mia città e non mi é piaciuto.

Il Pigneto ora fa tanto radical, con le panche di legno, non ci si siede più per terra, gli spacciatori stanno ai soliti angoli e la polizia sta alla larga. Metro finita, finezze strutturali che cozzano con il tutto. Ma al pigneto tutto cozza, pure la gente.

La mia città é coperta di ipocrisie e idiosincrasie, graffiti e parietali a nascondere la monnezza domestica, intasata da bruti motorizzati il cui miglior insulto é dare all’altro dell’immigrato (?!?), fascismi di ogni sorta, cattiveria inesplosa, rabbia a rendere.

Roma é tornata cagna tra i maiali e il processo sembra irreversibile. Tra i banchi di scuola piccoli produttori di qualcosa crescono, consumatori inerti, futuri esuli.

E il ritorno a Roma é anche rivedere facce vecchie, rivedere certi comportamenti e meccanismi da un piano esterno e capire quanto profondamente fossero lontani da me certi abusi di potere totalmente maschili eppure accettati e amati. La nullità della società civile italiana é misurabile a colpo d’occhio, ci sono abissi perdifiato tra la collettività francese e quella italiana che non ci si spiega come in Italia sia possibile continuare a volersi bene. Ah già, Cristo. All’Italia serve una ragione esterna. Ed ecco perché la laicità sarà sempre la mia scelta. L’autoaffermazione di questi ultimi 4 anni mi ha portata anche a riconsiderare certi stati di pena e compassione. Ad essere onesta ci ho goduto nel dirmi “che bello non essere più qui” e ritrovarci sempre la stessa ostilità, incapacità, piccolezza.

Voglio stare qui mai come prima d’ora voglio stare qui.

Baobab

Grida: amore grazie ma che bona questa erba ma dove la trovi?

G.: un amico ha un amico che viene tutti i mesi in macchina da Amsterdam e la porta, questa qui te fa che é una meraviglia.

Grida: belli gli amici tuoi! certo la mia sorellina che a 20 anni mi porta l’erba mi fa sentire un po’ a disagio.

G.: ah! poi dopo mi puoi accompagnare a prendere un notturno per tornare a casa?

Grida: ma perché come ci sei venuta qui da Morena?

G.: in metro.

Grida: o_o

G.: Perché?

Grida: dove sei scesa?

G.: a Termini, perché?

Grida: (bestemmia tra i denti) amore a Termini ci stanno i cani se ti trovano l’erba sono cazzi.

G.: Ah. Vabbé la prossima volta scendo a Cavour.

14 anni fa. L’ultimo anno l’erba te la procuravo grazie agli amici che ancora la fumano e non perché ti facesse ma perché calmasse i tuoi cattivi pensieri. E dopo 10 anni ho fumato di nuovo una canna d’erba e l’ho fatto con te.

Qui pare arrivi un’erba buonissima dall’Etiopia, pare pure che tutti lo sapessero tranne me ma vabbé io sono sempre stata un’ingenua su queste tematiche. L’erba mi piaceva fumarla con gli amici per ridere fino alle lacrime ma per me era una cosa che si sarebbe potuta comprare al supermercato e fumare per strada come una qualunque sigaretta. Non l’abbiamo fumata l’erba etiopiana benché qualche volta ci fosse venuta voglia cosi’ per avere la sensazione della leggerezza in unione con la natura circostante.

Tra un mese lasceremo il Kenya dietro le nostre spalle. Inizia a montare quel mio sentimento di nostalgia pre partenza che é tipicamente legato all’Africa. Le notti cominciano ad essere insonni troppo a lungo, la lista delle cose da fare inizia a ricoprire il tavolo, il muro, la stanza intera. I cambiamenti sono sempre stati un’ottima scusa per me, un motivo in più per rimandare tutto al prossimo evento, città, amore o taglio di capelli. Questo cambiamento é diventato necessario mesi fa quando ho capito che la mia posizione sul vivere in Africa e fare qualcosa per la sua sopravvivenza era volgare e razzista. L’Africa non ha bisogno di aiuto, l’Africa ha bisogno di tempo e di compiere le sue scelte e i suoi errori senza colonialismi vari a intromettersi sulle decisioni e ad approfittare di ogni possibilità di sfruttamento sostenuta dalla fragilità politica esistente. Cio’ che ne ho dedotto é che una volta di più la mia razza mi umilia e mi indebolisce. E nello specifico la mia razza consistente di omuncoli e donnucole arricchiti ed emigrati perché il clima qui é buono e i soldi sono facili e poi si puo’ circondare di fili elettrici la casa e sentirsi al sicuro nella Jacuzzi a bere champagne a tasse doganali escluse.

Il ritorno su Parigi sarà violento, uno schiaffo sonoro tornerà a farmi levitare la faccia e il cuore. Parigi bella e irrimediabilmente triste col mio desiderio di Sud a tormentarmi.

Ci sono persone, odori, immagini, strade e suoni che del Kenya mi mancheranno sempre e la serenità che solo i baobab riescono a darmi, simpaticamente buffi e magnifici. Quando rinasco voglio rinascere baobab.

téléchargement

Nordimenti

https://www.youtube.com/watch?v=W0wPNow3ymc

Grida: Questa  attitudine che c’avete voi donne di dover sempre mentire.

G: Vabbé dai mica puoi generalizzare o dovrei dire che voi uomini avete l’attitudine di dover sempre tradire.

Grida: La differenza sta nel fatto che vi siete costruite tutto un personaggio che deve piacere e che non é reale.

G: Che vuoi dire?

Grida: Voglio dire che certe cose fanno parte di voi ma non si deve sapere in giro.

G: Si vabbé ma questo é un problema sociale mica della donna.

Grida: Ma perché voi non siete parte della società?

G: …..

Grida E allora cazzo cambiatela sta società di merda!

Una volta Grida mi chiamo’ il giorno dopo con la paura che avessimo litigato perché ci eravamo scontrati furiosamente sulla questione donne. Ricordo con una dolcezza infinita la sua domanda “Come va? Sei arrabbiata? Tu devi capire che io sono cresciuto circondato solo di donne e in Italia”.

Ieri pensavo a quanto in questo preciso momento della mia vita la mia opinione sulle donne di una determinata zona del mondo si stia pericolosamente avvicinando alla sua.

In questi 10 mesi di vita in Kenya ho constatato come le donne che crescono nei campi o in famiglia e lavorano da quando hanno l’età per farlo sono quelle che destano il mio interesse. O sono aggressive da gelarti con uno sguardo o sono le mamme di chiunque capiti nella loro strada. Le donne kenyane educate e benestanti sono o volgari e frivole o elegantissime e arroganti. In generale preferisco le prime alle seconde ma la dose di volgarità e frivolezza di questi ultimi dieci mesi ha superato la soglia del sopportabile. E non a causa delle kenyane. O meglio non solo.

Dovete sapere che la stragrande maggioranza di espatriati che lavorano nel mio ambito qui a Nairobi viene dal nord europa. Quando dico Nord Europa intendo penisola scandinava e cruccolandia. Il modello di vita per le donne locali é rappresentato dalle donne provenienti da questi paesi. Ora il primo pensiero a venirci in mente é “beh meglio questo modello che il nostro”. Ed é qui che si cade in errore. Partiamo dal presupposto che probabilmente la gente scelta per fare questo mestiere ha generalmente un Q.I. particolarmente limitato, ma vi assicuro che l’80% di queste donne non puo’ sostenere una conversazione a sfondo politico/sociale senza cadere nel giro di 7 minuti o in una catalessi inspiegabile o in un oblio senza precedenti o in un rocambolesco collegamento al colore dello smalto della collega del tavolo opposto.

Le discussioni ruotano per lo più intorno ad argomenti lavorativi o al culone della capa, le tette sode della collega fica, il corpo flaccido della stronza del piano di sotto e via dicendo….Io che, diciamocelo, mi trucco solamente quando passo davanti allo specchio e mi ricordo che riflette la mia immagine, praticamente sto passando l’inferno sociale della mia vita ever. Ora io non voglio essere classista, razzista, etc…ma degli uomini del nord ho sempre detto siano gedeoni, delle donne ora posso dire che sono cretine, finalmente mi so tolta sto peso! Ovviamente non escludo eccezioni ma fino ad ora il Sud e solo il Sud ha i migliori prodotti, scarsi mezzi, pessime strutture ma gente migliore.

Mio marito, di fronte a questa mia osservazione, che lui ha completamente condiviso avendo passato gli ultimi dieci mesi assentandosi (pensando ai cazzi suoi) durante ogni conversazione condivisa con queste persone (tra l’altro uniche persone alle quali siamo riusciti ad avvicinarci (gli espatriati in questi contesti sono persone orribili)) mi ha detto: probabilmente il sud sforna persone migliori perché l’unica possibilità che ha risiede nelle persone. Et voilà.

P.S. Spero vi stiate tutti rendendo conto che é in atto una vera e propria aggressione alla Grecia. Ecco io mi distrarrei qualche minuto dal problema ISIS e cercherei di capirci qualcosa di più. La Grecia é stata la culla dell’Europa, ci siamo presi cura dei crucchi sopravvissuti alla guerra e convertiti al credo stelle e strisce ma abbandoniamo la nostra culla? Ma che razza di Europa puo’ volere questo scempio?

Di Cristi, Madonne e Maometti

                          https://www.youtube.com/watch?v=CeiR6Q2Yonk

Pigneto, Luglio 2010.

Grida accoccolato con me su puff gigante posto per non so quale occasione sulla strada pedonale: ho un progetto terrorista in mente.

G.: Spara.

Grida: ho pensato che con le nuove tecnologie si potrebbe creare una merda indelebile.

G.: Continua.

Grida: praticamente una volta creata sta merda indelebile andiamo ai convegni, alle manifestazioni, sotto casa di tutta la gente di merda che abbiamo in questo paese e gliela spariamo in faccia.

G. occhi spalancati di chi ha avuto una rivelazione.

Grida: cosi` vivranno ma saranno per sempre riconoscibili.

Mio fratello l’aveva vista lunga. Purtroppo non abbiamo avuto il tempo di occuparci di questa geniale idea e credo che sia l’ora di condividerla sul web, non si sa mai a qualcuno venisse in mente di farlo davvero. O pero` chiamateme!

Sono state settimane indecenti per qualunque essere umano degno di chiamarsi tale. La percezione dell’esecuzione dei giornalisti di Cherlie Hebdo da un paese lontano come il Kenya e` un martirio a lunga durata. Sfiniti in 48 ore. Incazzati in 30 secondi. Lucidi in 7 giorni. Ho letto decine di articoli, tra i quali molti faziosissimi, alcuni davvero interessanti. I punti di vista di chi scrive sono molteplici sebbene si converga sempre su un unico punto comune: la condanna all’atto violento. Gli articoli piu` interessanti che ho potuto leggere sono stati scritti da musulmani, segno di un dibattito aperto e dinamico. Purtroppo il tempismo degli intolleranti si e` fatto vivo assai presto e manifestazioni violente d’odio contro la Francia e contro Charlie Hebdo si sono scatenate in quasi tutto il Nord Africa e nei paesi arabi. Perfino in quei paesi i cui presidenti avevano deciso di partecipare alla manifestazione per la liberta` d’espressione. Forse non l’avevano capito. Forse si aspettavano qualche premio.

A questo punto non posso esimermi dall’esprimere il mio parere. Che non frega a nessuno, a dir la verita` neanche a me, ma ho letto e sentito talmente tante stronzate su questa storia che ho solo voglia di vomitare parole mie.

Non esistono musulmani cattivi. Esistono musulmani che vivono in paesi distrutti dalla guerra, induriti da un regime o deturpati da invasori, che non avendo piu` nulla da perdere si immolano alla causa di un Islam totalitario e assolutista dopo ricorrenti e finissimi lavaggi del cervello nonche` violenze fisiche e psicologiche di inumana immaginazione. Non esistono europei cattivi. Esistono europei sepolti dalla crisi economica o annoiati da un benessere immeritato che si immolano alla causa di un Islam totalitario e assolutista dopo ricorrenti e finissimi lavaggi del cervello nonche` violenze fisiche e psicologiche di inumana immaginazione. Dato per assodato questo, ovviamente non come oro colato, mille sfumature sono presenti in tali stereotipi, procediamo con la mia opinione.

Io, nella mia natura, non sono tollerante. Non ho mai apprezzato la frase “porgi l’altra guancia” che ha reso il mio popolo schiavo di ogni violenza. Ma ho molto amato Voltaire, il suo trattato sulla tolleranza e` stato il primo libro comprato volontariamente (vabbe` dopo quelli coi discorsi del Che ma che volete). Prima di lui mi avava affascinato Locke con la sua “Lettera sulla tolleranza”, in quanto io stessa consapevolmente intollerante. Durante la mia vita dichiaratamente atea dall’eta` di 13 anni ho rispettato ogni individuo portasse una religione addosso. Ho persino avuto un amico frate francescano. Ho rispettato molto di piu` le religioni altre che quella del mio paese, potendo constatarne i danni direttamente. All’eta` di 17 anni ho iniziato a pensar male anche dell’Islam per il modo nel quale la donna e` miserabilmente considerata. All’eta` di 21 anni ho cominciato a pensar male del buddhismo che co tutto sto karma e sta calma mi aveva iniziato a rompere. Mi sembrava un modo per fottersene di tutto e restare in pace, si ma comunque sempre fottendosene. Io che sono una viscerale proprio non potevo accettare 2 minuti di meditazione o di mantra ripetuti all’infinito.

Per i primi 30 anni della mia vita ho imprecato contro il dio cattolico, anche suo figlio e la madre sua ma principalmente lui. Ieri mentre passeggiavo con mio marito pensavo a voce alta che forse e` arrivato il momento di imprecare qualcun altro. Cosi` per essere democratica. E mio marito ha tirato fuori una delle perplessita` piu` gigantesche di sempre. “E se domani noi atei e laici del mondo ci facessimo girare il culo e decidessimo che tutte le religioni ci stanno togliendo la possibilita` di una pace ed iniziassimo quindi ad impugnare le armi e uccidere ogni religioso?”. Non abbiate paura non  é pazzo, tantomeno terrorista, si sta solo avvicinando ad una verita` passando per immagini recenti e purtroppo attuali.

La verità é che ci avete rotto i coglioni con le vostre religioni, con le vostre restrizioni, con i vostri limiti, le vostre non spiegazioni, le vostre interpretazioni, le vostre misere scuse. Ci avete proprio portato ad un limite oltre il quale il vostro dio non merita alcun rispetto.

Io esigo rispetto in quanto atea.

Esigo non sentirmi violata nel mio ateismo ed accade ogni qualvolta un prete entra a benedire la stanza di ospedale nel quale sono inferma, quando una qualunque persona mi dice “dio ti benedica”, quando entro in un qualunque edificio pubblico e vedo ste croci con un morto penzoloni, ogni volta che leggo di una donna lapidata, decapitata, umiliata, frustrata, stuprata perche` il velo non copriva dignitosamente i suoi capelli, ogni volta che un monaco tibetano si da fuoco in una piazza perche` la sua religione sia riconosciuta.

Ma come e` possibile che la vita stessa sia diventata meno importante del vostro Dio?

Come?

Come e` possibile che vi siete fatti tutti impappinare il cervello con questa idea di rispetto per qualcosa che certamente non esiste, e che se dovesse essere é evidente si stia decisamente facendo i cazzacci suoi, e pero’ non riuscite a rispettare la vita degli altri?

Ma non vi fate un po’ schifo?

Dico, giusto quel poco che servirebbe perche` rimettiate un po’ di sale in quelle zucche vuote e cominciaste a pensare prima a questo mondo e poi magari, se vi resta tempo e voglia, pure a quell’altro.

Notizie di fine d’anno, ovvero cartolina postale.

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Caro Grida,

ieri ti pensavo, che bugiarda in verità ti penso tutti i giorni. Ma ieri, ieri ti pensavo come si pensa a qualcuno che si vorrebbe ancora in vita perché possa guardare agli eventi che scorrono come solo quella persona sa.

Ecco diciamo che la cartolina postale di quest’anno é difficile da capire, caro Grida. Abbiamo iniziato con un funerale e abbiamo continuato con un matrimonio e un viaggio in Kenya per iniziare un nuovo lavoro. Nel frattempo nel mondo ci sono state altre perdite ma anche dei nuovi arrivati e altri matrimoni. Sempre nel mondo, ma quello più lontano, si sono susseguite un serie di catastrofi sociali, di disumanità e violenza scoraggianti.

Nel nuovo mondo, qui in Kenya, i contrasti sono all’ordine del giorno. Ci sono 7 o forse 8 ma magari 9 stadi che si deve vivere una volta iniziata un’avventura qui. L’inizio é banalmente eccitante, il colore della strada, il colore delle persone, il colore dei vestiti, il cielo e la vegetazione, e il cliché africano a 30 minuti di macchina sono un susseguirsi di “ohhhhhhh” e palpitazioni. Il secondo stadio é la stupidità. Il ritrovarsi a camminare per strada, rigorosamente di giorno, e salutare tutti, pure le macchine che sfrecciano, per vivere senza pregiudizi e divisioni di classe e capire dopo 10 giorni che puoi provare a vivere come cazzo ti pare ma sarai sempre pregiudicata e diversa per classe in quanto bianca. Che poi tu lo sai quanto io sia schifosamente bianca. Un bimbo kenyano sorpreso da tutti i miei nei e dalla mia bianchitudine mi ha chiamata giraffa. Non so se mi capisci. Il terzo stadio é la perdizione. Non quella degli innamorati col cuore spezzato, quella della serie “ma io e te aborigeno, ma che se dovemo di’”. Il quarto stadio é la paura. Quando la distanza prende il sopravvento sui buoni propositi, la paura diventa l’unico sentimento plausibile, ed anche quello che in un certo senso ci da la protezione. Se ho paura non esco e quindi non mi accade nulla. Paura degli attentati, paura dei criminali, degli stupratori, paura di tutti quelli che prima per strada salutavo innocentemente. Il quinto stadio, ma arriva dopo una lunga permanenza del quarto, é l’abbandono. Si abbandona tutto dopo qualche mese. Le ambizioni, il desiderio di salvare il mondo (in effetti il pensiero a riguardo é “annatevene tutti a mori’ ammazzati”), la certezza che lavorare per un’organizzazione internazionale significhi fare del bene. Ecco tutti i sentimenti buoni e buonisti del primo mese vanno a farsi benedire nel tristissimo ‘semprevero’ luogocomune “ognuno tira l’acqua al suo mulino”. Il che contraddice il significato di essere volontaria in Kenya. E si ritorna allo stadio numero tre. La perdizione. A otto mesi e qualche giorni di distanza dalla mia partenza tutto cio’ che ho capito di me stessa é che in Africa non ci tornero’ mai più a lavorare. Magari ci passero’ la vecchiaia consumandomi al sole o di malaria, magari ci porteremo i nostri figli. La conquista é aver capito che nessuno straniero dovrebbe arrogarsi il diritto di insegnare-imporre a questi paesi un progresso al quale in pochi, pochissimi, sono pronti. Gli Africani dovrebbero lavorare per gli Africani, fuori europei, australiani, americani e asiatici. Il sesto stadio é la serenità, una volta accettato cio’ che si vuole e cio’ che si crede giusto, la vita diventa semplice. I conflitti si azzerano, più alcun bisogno di giudicare questo o quell’altro sistema. Si sta fino a scadenza contratto e ci si gode le vacanze. Il settimo stadio é Zanzibar ma per quello dovro’ dedicarti una cartolina postale di inizio anno.

Mi manchi ma diversamente. Non piango più ogni volta che mi ritrovo sola, non sono più arrabbiata per non esserci stata nelle ultime ore, non sono più in pena per i rapporti che si sono lacerati dopo che sei tornato ad essere pura energia. Mi sento libera, libera di avere questo dolore nel cuore e non soffrirne più. Di tenerlo come si tiene un neonato, protetto e cullato. Una cosa mi ricordo tanto ultimamente e l’ho anche sognata, la tua risata con quella voce che si faceva stranamente bassa ma acuta e gli occhi strizzati a cartone animato, la bocca spalancata di chi fa tutto totalmente, anche ridere. Ma la sento risuonare spesso con l’accompagno di “che cogliona che sei”. E mi ammazzo dalle risate.

Buona fine d’anno.